LibereAssociazioni

venerdì, giugno 25, 2004

12.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'hostess rinunciò a capire: spesso non era necessario ed era anche più facile non cercare sempre le spiegazioni per tutte le cose. Questa era un po' la sua filosofia e anche quella di molti dirigenti della compagnia per cui lavorava.
Comunque prese il respiratore e lo portò al signore in doppiopetto. Solo in quel momento notò che il bel sorriso che di solito ornava il suo viso si era un po' spento... chissà perchè... forse pensava ad un futuro da operaio...
Gli agganciò bombole e respiratore e gli augurò un buon sogno. Mr. Woolsey era sicuro che l'avrebbe avuto, grazie anche al suo intervento. Guardò il cielo e vide quel bellissimo aquilone che aveva già incontrato. L'aquilone stava ancora volando. Non aveva bisogno del respiratore, lui!
L'aquilone da lassù lo vide e lo salutò come un vecchio amico, poi virò dolcemente e si diresse al sud. Volava leggero, per una volta senza pensieri. Era libero e non aveva compiti: doveva solo guardare. Anche questo era un compito, però, perché spesso aveva visto cose che non gli erano piaciute e anzi, aveva visto cose molto brutte. Neonati lasciati al freddo in mezzo all'erba, o gettati nel cassonetto delle immondizie, bambini privati dei colori dei loro sogni, adulti graffiati nella loro anima, famiglie intere che non avevano da mangiare e morivano come insetti schiacciati dalla paletta della miseria e del potere...
Sapeva che molti guardavano senza vedere, ma lui non era capace. Era questo che gli faceva male, certe volte: vedere!
L'aria lo gonfiava e lo faceva volare alto. Si sentiva benissimo, con il vento che faceva volteggiare i suoi lunghi nastri colorati. Sotto di lui c'era il mare più blu che avesse mai visto: un blu forte e intenso come certi sentimenti. In mezzo al mare, una barchetta gialla e rossa ondeggiava dolcemente. L'aquilone scese un po' di quota: voleva vedere da vicino la barchetta.
Era bellissima, rossa con strisce di un giallo molto intenso, color girasole o color sorriso di un bambino. Aveva due vele bianche che battevano al vento e in questo l'aquilone si sentì simile alla piccola barchetta. Percepì un moto molto forte nel suo piccolo cuore di tessuto, che lo spingeva ad andare ancora più vicino. Scese ancora e finalmente la vedeva bene. Fece qualche volteggio per attirare la sua attenzione e lei lo guardò e.. gli sorrise.
Un bellissimo sorriso giallo, caldo come il sole in un pomeriggio estivo. L'aquilone sentì sciogliersi tutti i suoi nastri, e anche qualcos'altro... ma una voce lo svegliò bruscamente dal suo sogno ad occhi aperti. L'hostess scuoteva il signore in doppiopetto e cercava di svegliarlo:
"Signore... signore... si svegli. Credo che la stiano cercando. Dicono che non ha svolto bene il suo compito finora, e le vogliono portare via il suo doppiopetto... e in cambio le vogliono dare una tuta blu... le avevo detto, signore, di non esagerare con 'sta storia del presidente operaio... ha visto? L'hanno presa sul serio, per una volta, e va a finire che le tocca passare i suoi giorni, a lavorare sodo, all'ombra di un ulivo!"
Poco lontano, Mr. Woolsey sorrise mentre leccava golosamente il suo gelato al pistacchio e fragola.










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martedì, giugno 08, 2004

11.

 

 

 

 

 

 

 

 

Mr. Woolsey s’era frattanto appisolato, il capo reclino sul suo portamatite da ricercatore americano… ….. ed aleggiava un vago profumo di legno e di grafite. Nel sogno Mr. Woolsey volava e non era per niente nervoso, legato ai lamierini, con la bombola d'ossigeno che gli forniva l'aria... non era affatto nervoso, tutto quel parlare l'aveva rilassato e ora le immagini si confondevano nel suo sogno: nel cielo si agitava un doppiopetto blu tagliato e cucito su misura da un operaio con il fez e i denti così bianchi, da far arrossire la luna, incredibile, poteva questo operaio, avere credibilità per un Mr. Woolsey in odore di legno e grafite, impassibile di fronte a tutto, perché l'ossigeno gli garantiva l'aria sempre e comunque?
Si fece un giro di sangria, ma rifiutò le penne al moscato (il microonde gli generava angoscia, quasi come un risanatore, che fosse di rotaie o dell'ALITALIA era indifferente: sempre angosciante era. Se era così facile risanare qualcosa, perché qualcuno non ci pensava prima di arrivare al punto di non ritorno?). la paella, però, ben si abbinava alla sangria e la prese due volte. Non c'era da meravigliarsi se ora dormiva agitato: due giri di paella possono agitare chiunque, anche chi conosce il significato di indice MIBTEL. La galassia Splinder, invece, lo rilassava: lì si sentiva come a casa: cinquantamila mondi e sembrano tutti i vicini della porta accanto, un grande famiglia, sempre pronta a darsi una mano, fosse anche per tirarti nel fosso. Un grande famiglia, appunto! Anche quando era alla CIA gli era capitato spesso di finire nel fosso, me ne aveva trascinati parecchi con lui... Una volta nel fosso ci trovò una "Signora Passeggiatrice"... beh, quella volta passò alla storia. Non ricordava di essersi mai divertito tanto e ancora ci ripensava, quando di notte non riusciva a dormire e ricordava tutto di quella "signora": una vera First Lady. Doveva avere ancora il suo numero di telefono... sarebbe stato carino chiamarla e organizzare una bella seratina... Mr. Woolsey si agitò sul sedile, e stavolta non era la paella, o la sangria... "Mr. Woolsey, Mr. Woolsey, prego, si svegli. E' finito il suo turno, con il temporizzatore di sogni. Deve cedere il posto al suo vicino... Mr. Woolsey, non faccia finta di non sentire... si è già divertito abbastanza. Ora tocca a quel signore... vede, quel signore in doppiopetto con quel bel sorriso... e vede com'è simpatico, non si da per niente arie da signore... sembra proprio un operaio... Mr. Woolsey, prego si svegli."
Mr. Woolsey aprì gli occhi e sogghignò alla bella hostess: aveva manomesso il respiratore e l'ossigeno sarebbe bastato per pochi secondi... "Un'altra volta, però, chiamatemi quando dovete affidarmi un compito più facile..."
L'hostess lo guardò senza capire: "Cosa vuol dire, Mr. Woolsey?" "Non lo so. Mentre volavo, ho incontrato un aquilone e mi ha dato questo messaggio..."

Dolittle




associato daLACASADEIGIRASOLI | 19:47 | commenti (12)


domenica, maggio 23, 2004

CON L'OCEANICO POST DI DERTEUFEL, IL DECIMO DELLA SERIE, SIAMO ARRIVATI OLTRE LE 1000 VISITE.
ORA CREDO SI DEBBA TROVARE UN VOLONTARIO PER IL PROSSIMO POST. NON VOGLIO ESSERE IO COSI' IMPERTINENTE DA DOVER DARE QUALCUNO IL GRAVOSO COMPITO DI SEGUITARE LA CATENA DOPO COTANTA MATERIA...
(Vi piace l'immaginetta che ho messo a Teufello? c'entra poco ma digitate Derteufel su google immagini ed esce questo!)




associato daLACASADEIGIRASOLI | 20:19 | commenti (11)


venerdì, maggio 21, 2004

10.



 

 

 

 

Nervi scoperti. Sono sempre nervoso quando alzo i piedi da terra, legato come un salame affidato a lamierini fluttuanti in volo, il soffio d’ossigeno al massimo, accuratamente orientato sul viso sudaticcio per il disagio…. per bruciare l’ansia nei polmoni. Ogni volta che volo penso che dovrei avere una bombola d’ossigeno, una tenda tutta per me e non soltanto quell’esile soffio che oltretutto assorbe energia all’impianto centralizzato, quando ogni chilowatt disponibile dell’aeromobile dovrebbe essere dedicato a compiti primari, decollare e fare portanza, non certo dissiparsi in caffettiere e frigoriferi volanti ….
Penso che dovrei viaggiare come un sommozzatore, muta bombola ed occhiali, per essere pronto ad eventuali ammaraggi imprevisti….la life vest sembra così poca cosa al bisogno …
In volo il cervello mi va a due tempi: una metà attenta alle minime variazioni del rombo dei motori, l’altra metà si costringe a rimuginare su argomenti stanziali, solidamente ancorati al suolo, oppure pregusta il landing morbido, da applauso, ed ecco una ridda di opposte percezioni che favorisce un equilibrio instabile, pronto a saltare al primo scuotimento sospetto… La coda dell’occhio va alle ali frementi e penso ad Icaro, ma se il temuto cigolio deriva dalla caduta verticale in un buco d’aria alzo le gambe, per non registrare il dislivello anche con i terminali inferiori e paradossalmente casco in una calma totale, una sorta di riduzione della zona di corteccia specializzata in ansia ed una demente sensazione di pace mi rincuora, per non so quale contatto di nervi e tra e me mi sorprendo a mormorare “ … se va male dura un attimo, poi finalmente vedremo che succede di là …”, ma credo che mi darebbe molto fastidio precipitare tra l’urlio scomposto di malcapitati compagni di vuoto. Sta di fatto che al culmine del tragico immaginario le turbolenze interiori mi si placano, come se quei vuoti d’aria fossero altrettanti pilastri ed il battito torna a valori di crociera cavando un sollievo inspiegabile aggrappato alle basse probabilità d’incidente, che fanno dell’aereo il cosiddetto mezzo più sicuro. Il punto credo stia nella casistica esaminata dove però ad un basso numero d’incidenti corrisponde, per ciascun incidente, l’esito numericamente più infausto.
La parte di corteccia sobria domina il mio aspetto esteriore, l’aria è inebetita ma serena e nulla traspare di queste lotte intestine tra fluidi: la maschera è imperturbabile e conferisce al mio insieme l’aria calma di passeggero medio. Se il viaggio dura poco il numero di questi cicli senza senso né coraggio è contenuto, altrimenti aumenta ed alla preoccupazione di volo s’aggiunge la curiosità pungente di comprendere quale sia la soglia massima di stress sopportabile dal solido sistema cardiovascolare. Volo pensando al cuore e naturalmente la ma simpatia va ai viaggi brevi, il che è compatibile con l’attività, ma presenta controindicazioni per i viaggi turistici a più largo raggio. Se proprio devo superare il raggio consigliato delle due l’una: o viaggio a tappe d’avvicinamento, con brevi visite a città di cui di solito non importa nulla a nessuno, o m’intontisco con dosi calibrate di barbiturici, che innaffio con bevande in qualche modo sinergiche con l’inconfessabile aspirazione alla pace dei sensi chimicamente indotta ....

Recentemente ho scoperto con mio gran sollievo i viaggi astrali per mondi virtuali, veloci raid per capire come se la passano nelle galassie vicine, mondi che incontri a piacimento, salendo sulla prima astronave in partenza per l’etere etilico … Basta qualche giro di sangria (grazie) e se proprio non voglio una vaschetta di penne al moscato passate al microonde, mi rifaccio con una decorosa razione di paella. Tutta gastronomia che oggi puoi trovare sulle moderne astronavi …alla faccia di chi pensa che nello spazio le funzioni vitali siano tutte predisposte nella muta da viaggio, scafandri duttili solcati da piccoli tubi da e per le varie interfacce e per menu soltanto pillole a lunga conservazione.
Il problema di scovare mondi visitabili con un discreto comfort e bassa spesa è stato brillantemente risolto dalla tecnologia blog.
Quando Cirmoli, tra un disastro ferroviario e l’altro, scoprirà questa formula all inclusive, da famoso risanatore di rotaie precarie potrà felicemente fregiarsi del titolo di risanatore dell’Alitalia… Ci vuole soltanto un po’ d’occhio, ché l’urto frontale in aria ha effetti anche internazionali e sarebbe più difficile prendersela per aria con le imprese che trafficano in appalti per stringere bulloni. Dico questo anche in considerazione che in un paese dove i risanatori non abbondano spesso bisogna contare proprio sull’esperienza di chi è bravo a sfasciare.
In fatto di trasporti bisogna tenere presenti i gusti del mercato e non certo pensare di cavarsela con blandizie e maquillage, chiamando il consumatore col termine più trendy di “Cliente”. Un nome non fa mercato, semmai rischia di alienare le simpatie. Già la crisi dei trasporti, aria e rotaia, è nata perché le aziende di trasporto erano solite chiamare gli utenti “Signori Passeggeri”, gettando vivo sconcerto tra le Signore, le quali, dovendo pur immaginare d’essere chiamate in qualche modo, si turbavano all’idea che uno speaker saltasse fuori con voce atona e burocratica a designarle come “Signore Passeggiatrici”. Da qui il calo nella clientela femminile, quella che più spende, col conseguente crollo a picco dell’utenza iniziato proprio dalla first class ….
L’antidoto fu scovato nella ristrutturazione del linguaggio più che delle aziende in questione e si mise mano ad un maquillage linguistico che introdusse nelle aziende pubbliche termini imitatori dell’efficientismo aziendale privato, perciò propiziatore del mito del profitto e quindi della floridezza. Purtroppo nel frattempo le quotazioni di borsa del fior fiore dei modelli aziendali privati sono precipitate in fondo al MIBTEL ed il prestigioso modello “azienda” privata entrava in crisi proprio sul punto della sua massima imitazione da parte dell’azienda pubblica. Comunque il fascino del maquillage è rimasto ed anzi si è rivelato la via obbligata perseguita da un decennio.
Da tutto questo processo di riforme fatte di parole nacque l’idea fascinosa della privatizzazione, un procedimento lungo e complesso, tutt’altro che terminato, attraverso cui i governi italiani d’ogni ispirazione hanno compreso che l’unica riforma di successo garantito sarebbe stata appunto quella linguistica, con l’evidente vantaggio di poter cambiare tutto senza toccare quasi nulla. Potenza della parola, come si capisce anche leggendo la Bibbia…

Il mio primo viaggio virtuale è avvenuto tra i cinquantamila mondi della galassia Splinder. Astronavi sono oggi in partenza dalla nuova piattaforma ogni minuto con tanto di coincidenze, ammesso che il Signor Splinder ed il suo staff, appassionati di manutenzione, non tengano le rampe di lancio occupate per qualche ora il giorno. Se comunque insisti negli orari giusti, puoi darti a ricognizioni interessanti, frugando tra i blog ed ottenere (o divulgare) informazioni persino già commentate… meglio che nel giornalismo professionale, dove spesso le notizie mancano e trovi solo commenti.
Appunto l’informazione giustifica i viaggio, specie se hai la sfacciata fortuna di trovarti un esperto della materia come vicino di sedile….

Ero seduto dalla parte del finestrino, a fianco di James Woolsey, ex capo della Cia, che da dinamico produttore d’eventi è diventato un placido osservatore. Ciarlavamo del rapporto annuale sulla libertà d’informazione pubblicato in questi giorni dall’organizzazione americana Freedom House. Dopo una breve presentazione intavolammo il discorso sull’informazione nel mondo e naturalmente si parlò dell’Italia. Rimasi letteralmente annichilito dalle rivelazioni di questo garbato signore di mezz’età, americano gioviale che si sforzava di comunicare col suo accento vagamente inglese, i folti capelli tinti con pigmenti che gli toglievano almeno una ventina d’anni, all’uso degli americani senior, le scarpe solide e lunghe, punte lievemente curvate, rivolte l’una all’altra, plantari simmetrici convergenti verso il centro, caratteristici di chi ha camminato a testa bassa e passo veloce dritto al risultato, giacchetta a quadri misto cotone e fibra sintetica lavabile in acqua fredda, pantaloni zebrati trattati con tecnologia antiborse, il taschino del camiciotto pieno di matite ben allineate nella busta portapenne, anch’essa ficcata nel capace angolo ufficio della sua camicia. L’imperdibile papillon a pois ed il logo sul portapenne lievemente sporgente denotavano la sua appartenenza al corpo insegnanti d’una prestigiosa università americana.
Dopo dieci minuti di rodaggio, tacitamente convenuto per saggiare le rispettive pronunce, ci trovammo consapevoli ciascuno dell'accento dell'altro. Il suo anglo-americano diffondeva tra i nostri sedili uno sfondo di musicalità californiana, sicché io mi aiutavo col solito trucco usato per decifrare la pronuncia degli americani del sud, specialmente californiani, i quali pronunciano parole accompagnandole con cantilene, versi labiali e suoni variamente modulati che a volte persistono anche quando le labbra sono già ferme. Il metodo consiste nel non cercare di capire le parole, anche perché ti aiuti con la musica che pare di scacciapensieri e le vibrazioni delle corde vocali sono doppiate con inconfondibili versi delle labbra. Togli il sonoro ed ecco che il dialogo diventa istantaneamente percepibile dato che la bocca, quando tace, si muove in inglese… Queste tecniche di decifrazione le ho imparate da amici londinesi, essendo noto che i sudditi di S.M. fanno tutti a quel modo per decifrare i discorsi degli americani, giacché un inglese purosangue è educato fin da piccolo a considerare gli americani bravi in tutto, salvo che per due cose: servire il tea e parlare in lingua inglese… L’intesa tra Bush e Blair è lì a dimostrare la validità del metodo usato anche dagli scozzesi ed infatti, salvo marginali incertezze (Blair è scozzese), i due si lasciano puntualmente senza incomprensioni.
Il prestigioso seppure dimesso compagno di viaggio cercava d’illustrarmi per sommi capi la recente pubblicazione curata dal suo dipartimento …. Ascoltandolo pensavo a quella che un europeo, anche senza essere inglese, a prima vista scambia per rozzezza degli americani. Invece è ingenuità di yankee, ché quando servirebbe un po’ di tatto per dire certe cose, specialmente a noi italiani, pare non facciano nulla per apparire garbati a causa di quel loro modo di usare la lingua per moduli, per frasi fatte, non per parole scelte e composte di volta in volta con le quali gli europei sfumano i concetti, ma ripetono il frasario appreso nel percorso scolastico rigidamente standardizzato, dove ogni americano esprime il livello di specializzazione conseguito. Non che gli americani non abbiano una vera ammirazione per l’Italia dell’arte, della storia, della moda, della cucina e da qualche tempo persino dei vini, con grande rodio dei nostri cugini francesi, ma quando il discorso con un americano verte su argomenti fondanti, etica, costume, politica ed organizzazione, ecco che spunta quella sufficienza un tantino ottusa, come se non riuscissero a non vedere in un italiano un mezzo levantino. Molti americani medi sono infatti convinti in buona fede che Milano e Bagdad siano assai più vicine di Boston e N.Y.
Veramente i nostri politici hanno sempre minimizzato tutte le distanze che non fossero da Mosca, specialmente i democristiani antichi, quando andavano a batter cassa per finanziarsi in valuta forte (allora il cambio era assai favorevole) per le loro private crociate e la Casa Bianca, buon per loro, non avendo, in piena guerra fredda, tempo da perdere con le pastoie da cortile, staccava velocemente un ricco assegno e fissava la data per la visita successiva, oppure, approfittando di un viaggio in Vaticano, prometteva un salto a Roma per una mezza giornata di shopping della First Lady accompagnata dalle consorti politiche italiane di turno e perché no, la coppia presidenziale si sarebbe concessa persino una notte già pagata a Napoli o a Venezia.

Mr. Woolsey , senza emozionarsi a questi ricordi di visite diplomatiche, da buon americano, mostrava scarso interesse per lo scenario politico italiano, poiché intuiva che non c’era nulla di nuovo su questa riva del Tevere, neppure dopo il terremoto di Milano e non dava troppa corda alle mie osservazioni sulle principali differenze tra la prima e la seconda repubblica. Insofferenza o semplice istinto pratico, che spinge molti altri stranieri a disinteressarsi dei particolarismi italiani ?
La politica del bel paese è letteralmente irta non già di vere novità, ma di raffinate distinzioni sulle solite cose, che suscitano in chi non è abituato ai dettagli una caduta verticale del discernimento, quasi un’ipnosi, un deliquio, oltre il quale subentra l’estasi ed il racconto dei complessi rituali italiani e delle confuse identità politiche rallentano persino la funzione pancreatica, inducendo ipoglicemia. Un pragmatico inesperto di dialettica politica dopo qualche minuto strabuzza gli occhi, cade in una sorta di catalessi che lo rende incapace di vigilare sulle funzioni primarie, il che può far sentire in imbarazzo se, durante una turbolenza in viaggio, devi tenere per forza allacciate le cinture….
Può essere persino difficilissimo far comprendere ad uno straniero come mai in Italia sia persino difficile qualificare una missione internazionale, nel continuo dubbio del governo se si tratta di operare su un teatro di guerra o di pace, quantunque sia innegabile l’importanza pratica di certe distinzioni, specialmente se un ingaggio serve a portare tutto ciò che, dalla pace in giù, è necessario alla convivenza civile, che so io, insegnare a combattere la mafia, dirigere il traffico, mettere in piedi l’anagrafe, dare il know-how per creare codici fiscali, impaginare moduli utilissimi ai cittadini, ad esempio per istanze di rimborso, emettere autocertificazioni, richiedere utilissimi certificati d’esistenza in vita, … tanto più in certe aree del mondo, dove un certificato, se non è fatto con un po’ d’attenzione, rischia di diventare carta straccia in un amen. Missioni varie e molteplici richiedono, per ogni evenienza, di capire subito se una persona muoia di guerra o di pace, primo perché si saprebbe cosa dire durante i funerali di stato, secondo, perché sicuramente la circostanza è rilevante ai fini della pensione per gli eredi…
Tuttavia il mio interlocutore glissava sulle classiche argomentazioni che un italiano in volo sente di dover puntualizzare circa le scelte del suo governo, se non altro per non essere scambiato per un politico medio, visto che la media dei cittadini e quella dei politici sono piuttosto dissimili.

Il macigno che gravava sulla cordiale conversazione stava in realtà nel freddo rapporto di Freedom House e nella sua avvilente graduatoria (vedi: http://www.freedomhouse.org/research/pressurvey.htm)
Il rapporto declassa brutalmente l’Italia da «paese libero» a «paese parzialmente libero», confinandoci al 74esimo posto mondiale, ultimo fra i paesi europei insieme alla Turchia… nonostante tutti i nostri primati istituzionali, tali da non far certo supporre un simile stato di cose proprio sull’informazione, noi, paese eletto dalla storia a conservare il maggior numero di ruderi non soltanto politici, con la miglior costituzione del mondo, debitamente fondata (fino a qualche anno fa) sul lavoro ed ora sulla ricerca di lavoro, quindi sulla globalizzazione, che col poco lavoro in qualche modo c’entra.
Mentre il mio interlocutore nel suo amabile californiano mi spiattellava la sgradevole statistica io pensavo un po’ stizzito all’inutilità di tante leccate di sedere ai predecessori di Dabliu, applicate con tanta dedizione già dai predecessori di Berlusconi, per decenni e, più recentemente, anche dal centro sinistra e soltanto ieri rinnovate proprio tra i diretti interessati.
Ritrovarsi da settimi nell’industriale a 74mi nel terziario dell’informazione… è stata per me una scoperta traumatica. …. proprio i Turchi (così antipatici fin dalle Crociate) talmente vicini di graduatoria … i Turchi alle porte non ci volevano...soprattutto ad indicare (non certo detto per disprezzo dei turchi) in quale modesta posizione ci si trova nella corsa alla modernizzazione della cosiddetta seconda repubblica…. . Già ci costringono a svendere i fichi di Sorrento per colpa dei fichi di Izmir ….
Ve l’immaginate Berlusconi che, indossato opportunamente un fez sul doppiopetto che gli dà quella forma a busto quadrato, vola ad Istanbul, la pelle del volto tirata di fresco già deturpata da una nuova preoccupazione, una nuova ruga….
Certo l’aspetto volitivo dell’executive man, l’uomo d’affari che tra un affare aziendale e l’altro si fa pure quelli degl’italiani (in base ad un regolare contratto di governo) terrà sicuramente a bada l’orgoglio della Sublime Porta ringalluzzita da un simile inatteso posizionamento statistico. L’eleganza del portamento d’un cavaliere sia pure brevilineo, ma accuratamente calzato e vestito d’un sobrio doppiopetto farà sicuramente presa sui governanti turchi, sempre un tantino unti e sudati.
Non a caso il presidente italiano, che tra tante altre, ha fondamentali nozioni di sartoria, disegna da sé i doppiopetto, affidandone poi la confezione al capo dei sarti del Bagaglino. Questo spiega l’aria fiera di rombetto raddrizzato, il cui segreto trucco sta nelle misure sartoriali studiate col suo staff estetico. Si deve sapere che il presidente operaio, amante com’è della tuta e della divisione dei poteri e dei compiti, lascia il sarto completamente libero di scegliere la forma delle asole e la posizione delle tasche, ché intanto non usa le proprie, ma si concentra personalmente, anzi s’incaponisce con puntiglio sui calcoli pignoli della scientifica ricercatezza sartoriale. Nel tagliare i modelli in carta (il compito è delicato e quindi non è delegabile) applica la regola detta aurea: la larghezza delle spalle dev’essere appunto la parte aurea del diametro del cerchio che inscrive il maggior pentagono disegnabile con le maniche, onde l’aspetto che assume, una volta calzato e vestito, da stella a cinque punte, di cui tre monche ed i pantaloni di taglia forte, ma non troppo, lasciano le gambette zampettare in libertà, almeno quelle. Ecco perché quando lo vedi animarsi sui vari palcoscenici, a tre dimensioni, assume l’inconfondibile forma di romboide, o, come lo chiamano i façonnier, “a rombodado”. Il modello è brevettato per via della formula aurea. Vero che non siamo all’allungamento della figura, ma almeno la solidità tridimensionale di un longilineo mancato non confida tutta sul trucco del tacco interno rialzato ed esalta la prospettiva di un tetragono-volitivo …
Un bel fez indossato in quelle condizioni, sull’abbigliamento minutamente progettato, può rappresentare un utile accessorio, poiché copre la calvizie, allunga il viso, il rosso contrasta utilmente con i denti che più bianchi non li trovi neppure nei comuni laboratori odonto, e nel caso dei turchi fraternizza tra gente abituata da sempre al commercio di tappeti… Inoltre una divisa filoturca potrebbe facilitare scambi commerciali di terziario avanzato, che so, indurre i turchi ad importare telegiornali turchi fatti così già in Italia, oppure fornire in outsourcing consigli d’amministrazione in blocco ed esperti proprio di cose turche….
Mr. Woolsey annuiva mostrando di ritenere interessanti gli scenari di simili probabili business ed il suo pensiero di pragmatico già correva a significativi miglioramenti per le future classifiche al festival dell’informazione...
Peraltro io enfatizzavo, spiegando a Mr. Woolsey che la terra da cui partirono le Crociate aveva il compito morale di occuparsi di formazione dei futuri mussulmani europei, almeno di quelli meno arrabbiati. Il paese dei santi e dei politici di mestiere, dei finti imprenditori improvvisati da politici veri, culla della civiltà del diritto e del rovescio, patria di grandi esploratori, di banchieri perpetui, regno del credito difficile ma disinvolto, concesso fin dall’antichità ai politici, ora anche ai truffatori, seppure con lodevole parsimonia all’impresa, il paese con la più libertaria costituzione del novecento, con le sue due brave camere fitte fitte, i tre poteri distinti e sovrani, senza contare i sindacati e l’immensa burocrazia (doppia di quella Francese), il suo bravo diritto-dovere di voto, non semplicemente libero, eguale e segreto, ma persino obbligatorio, avrebbe trovato proprio la congeniale missione nella formazione suggerita dai grandi eventi del passato remoto, lo sguardo rivolto al medioevo prossimo venturo….

Il mio interlocutore apparve incuriosito e sorpreso dall’accenno fatto di sfuggita sulla figura giuridica del “diritto-dovere” di voto… Gli americani si sa, da apparenti sempliciotti, sono trancianti proprio sui diritti e sui doveri e non comprendono certe figure ibride, dove neppure gli altri europei si sono mai avventurati.
A prima vista infatti diresti che un diritto-dovere sia un nonsenso per il diritto, dato che il “diritto del dovere” è una prerogativa difficile da considerare sotto il profilo cogente di “dovere del diritto”, ma lo slancio democratico dei padri fondatori della repubblica non poteva che attingere a piene mani dall’humus culturale del vissuto, appunto il fascismo, sia pure nell’ora della difficile ed esaltante transizione verso la sconosciuta democrazia moderna. Impossibile non rifarsi in qualche modo ad una continuità di radici e rizomi politici e persino di perizomi.

Si deve pensare infatti che alla mezzanotte d’una certa data sparirono milioni di fascisti per incanto, come nelle fiabe, in pratica per referendum, così come per un regio decreto erano sorti, esattamente come accade in tutti i passaggi repentini di regime. I fascisti sopravvissuti furono solo poche migliaia, cui peraltro fu prudentemente vietato di dichiararsi tali, così che i meno rapidi nell’adeguarsi dovettero necessariamente rimanere fascisti mascherati per interi decenni. Rimasero tali ad esempio gli uomini che già occupavano alti uffici di stato, soltanto gradualmente sostituiti da parenti e pupilli, appena un po’ meno fascisti dei loro precursori. Fasciste rimasero in un primo momento (salvo la Costituzione) tutte le leggi, anche nello spirito, i decreti, i regolamenti, i moduli e le procedure pubbliche e con tutto comodo fu avviato un percorso riformatore talmente lungo, talmente dilavato e diluito da non riuscire a cancellare del tutto proprio quei rigurgiti fascisti che ancora oggi sono perfettamente rintracciabili nell’impianto organizzativo con cui quotidianamente fanno i conti i cittadini.
L’istituto del diritto-dovere apparve in questo quadro un toccasana per riconciliare due culture politiche, quella inconfessabile dell’origine (il dovere) e quella appena dischiusa dal panorama della libertà ritrovata (il diritto). Diritto-dovere. Che cosa si poteva escogitare di più contiguo col fascismo ed al tempo stesso più aperto alla neonata democrazia futura se non quell’ibrido giuridicamente modificato, appunto la folgorante pensata del diritto-dovere ....
Mi pare di udirlo il postulato (non scritto in alcun verbale della costituente, né in un transitorio della Costituzione), recitato in coro dei solenni padri della risorta patria, idealmente rivolti agli amati concittadini, camerati fino a poco tempo prima:
“O Italiano post fascista, vuoi tu la libertà? Ebbene eccola. La libertà si ottiene col sudore del voto, ma poiché hai voluto fortemente la libertà, non l’avrai come diritto smodato e semplicemente naturale, ma ti forgerai una coscienza democratica rieducandoti al senso del dovere”.
Così ragionarono i padri democratici, poco adusi alla democrazia com’erano essi stessi.
Il caposaldo della nuova democrazia parlamentare nasceva quindi come diritto ingessato con il suo rovescio, cioè il dovere. Fu legato il morto al vivo a perenne monito del sacrificio della prerogativa-onere in cui si estrinseca la democrazia italiana. E che prerogative, e che oneri !.
Diritto: la bicicletta, dovere: pedalare.

Qui sta la chiave che portò nella prima stanza dei bottoni i vari padri della libertà, richiamati alla vita democratica chi dalle carceri (ben pochi), chi dalle montagne dietro casa sua, ma soprattutto i capipopolo dai loro dorati esili, dove, chi a Parigi, chi in Costa Azzurra, chi a Londra, chi a Mosca, messa per tempo la pelle loro in salvo dopo i primi blandi processi d’opinione, si erano sistemati (a conveniente distanza di sicurezza) in luoghi adatti, da dove “guidare” la lotta di liberazione contro una sporca dittatura che aveva reso fascisti tre quarti degli italiani, senza che i più avessero saputo d’esserlo … I padri della patria perlopiù ci davano dentro a lottare da lontano, di penna e di lingua…. in attesa del fischio di quanti, impugnate le armi rischiando la pelle, prepararono le molte strade che portarono a Roma…
Vorrei essere smentito, ma credo d’aver interpretato nel modo più plausibile, un occhio ai testi clandestini di storia, l’origine d’una istituzione giuridica (il diritto-dovere) unica negli ordinamenti occidentali e che, al contrario, si rintraccia nelle varie costituzioni sovietiche, dov’era accentuato il bisogno di far risultare la libertà come ipotesi non completamente esclusa dalle leggi.

Gli americani tendono a identificare la democrazia con la cocacola e la libertà d’informazione, più che con l’obbligo d’andare a votare. Informazione per loro vuol dire controllo. Essi sono padroni della cultura aziendalista (poiché ne sono padri fondatori), perciò sono sensibili alla più eminente funzione di garanzia del cittadino. Privilegiare il controllo, lasciando a chi amministra un largo potere d’azione, salvo a render conto mediante un sistema di report, ossia di informazioni estese, simultanee e sempre accompagnate da numeri, con chiacchiere ridotte al minimo. Vale il principio della delega piena fino alla prova contraria dei risultati.
Al contrario l’ottica costituzionale italiana, nata in epoca in cui la cultura d’impresa era di fatto sconosciuta vede lo stato come un despota collettivo ed in quanto tale incurante della sovranità popolare, non un complesso organismo al servizio dei cittadini, responsabile di produrre risultati sociali quantificati e programmabili. La diversa concezione ha indotto da noi l’ottica esecutiva più rudimentale, inefficiente e costosa. Ha minimizzato la funzione di controllo a favore di una rete di lacci e laccioli preventivi, paralizzando l’autonomia dei governi, favorendo enorme spreco di risorse in cambio di modesti risultati o persino di gravi danni, indipendentemente dalla qualità degli statisti italiani, che disgraziatamente è mediocre. Tutto questo a causa di un disegno organizzativo retrogrado di cui la prima volta le leve son cadute in mano al mestiere della politica, cioè a nessun mestiere e nessuna professione (o meglio, professione rifugio).
Proprio qui sta il deficit di cultura democratica che, partita da una concezione autoritaria dello stato (fascista), ha saputo soltanto riprodurre un simulacro di democrazia, fortemente caratterizzata sul piano formale, ma culturalmente lontana dall’autentica domanda di libertà e di risultato, poiché mal funzionante e costosa.
Come in Unione Sovietica, anche in Italia la burocrazia è sempre stata strapotente e lo è ancora. Lo si comprende dalla condizione delle leggi, non soltanto della giustizia, ma proprio dall’assetto legislativo: l’Italia è imbrigliata da duecentomila leggi, quando ad esempio la Francia e la Germania ne hanno circa venticinquemila. Ne consegue che il potere legislativo così esercitato è, per struttura organica, per impianto fondamentale, il primo ostacolo all’evoluzione civile moderna, è l’antagonista principale dell’azione di governo e della magistratura, è il deserto ostile dove si arenano tutte le velleità riformatrici, è il luogo dei passi perduti, dove persino i deputati per bene smarriscono il coraggio delle buone intenzioni. Fa più scandalo alla camera uno sgarro procedurale del complesso rituale bizantino (regolamento), che qualunque violazione della convenzione di Ginevra.
Qui ci vedo nitidamente ingombranti rimasugli di cultura fascista: il disprezzo dei cittadini che si aspettano migliori servizi, migliori regole di convivenza sociale, prima fra tutte la lotta agli sprechi almeno sulle voci più importanti (il costo del pubblico impiego è doppio di quello dei paesi confrontabili), un ricupero di risorse per maggiore soddisfazione diffusa dei bisogni o per attenuare il disagio delle immancabili emergenze.
I nostri parlamentari spesso non sono in grado di gestire non dico un’azienda, ma neppure una tabaccheria e perciò adorano i discorsi generici e li preferiscono al fastidioso linguaggio dei numeri e necessariamente si appassionano a tutto ciò che maschera questo loro deficit culturale, che imbambola chi ascolta, esalta chi parla più a lungo e quindi racconta più bugie.
La stampa specializzata asseconda questa tendenza, poiché ha anch’essa una posizione privilegiata, ancorché spesso servile, con la preoccupazione anch’essa non d’informare ricercando i dati e raffrontarli, ma di spandere opinioni politiche, pro o contro, ma con la stessa superficialità e per lo più assecondando gli omologhi politici collusi, comunque di tutti sposando la cultura del vago e dell’opinabile. Basterebbe sintonizzarsi sui notiziari di CNN o BBC per scorgere immediatamente la differenza tra informazioni ed opinioni. Nonostante che in nessun paese si possa avere tutta la libertà possibile, essere al 74mo è segno di una deriva, è un’offesa ai cittadini ed alla cultura.

Mr. Woolsey s’era frattanto appisolato, il capo reclino sul suo portamatite da ricercatore americano… ….. ed aleggiava un vago profumo di legno e di grafite.



DerTeufel































































associato daLACASADEIGIRASOLI | 10:58 | commenti (16)


lunedì, maggio 17, 2004
...in arrivo sul binario 10 l'attesissimo post firmato DERTEUFEL
(pregasi non commentare su questo messaggio - che chiamerei di servizio - tanto appena arriva il post cancello questo annuncio e tutti i commenti annessi, come Sansone con tutti i filistei. Perciò continuate con i vostri illuminanti commenti sul post di nervo, se ne avete ancora...)

associato daLACASADEIGIRASOLI | 16:44 | commenti (2)


venerdì, maggio 07, 2004

9.

Ti bacio, ti metto a dormire, ti guardo riposare.
Sei così bella...
Passo ore la notte a guardarti dormire, finalmente serena, finalmente rilassata. Ore trascorse ad osservare rapito il tuo petto alzarsi ed abbassarsi ritmicamente, in quella magia che troppo spesso diamo per scontata...quella magia che si chiama respiro.
Guardo, un po' più in là, la bombola dell'ossigeno, abbandonata in un angolo come un grosso aspirapolvere in disuso. Quante notti hai trascorso lottando con tutta te stessa per mettere insieme una manciata di ore di sonno agitato, schiava di quella macchina, affamata di quel soffio vitale che vedevi sfuggire ogni giorno di più...quante notti sono stato con l'orecchio teso ad intercettare ogni minima interferenza in quel rapido ritmo di respiri corti...
Ora riposi, finalmente.
Sono orgoglioso di te. Te l'ho mai detto? Hai affrontato questo calvario con una forza d'animo sovrumana, per tutto il lungo periodo in cui sei stata aggrappata alla vita con le unghie sembrava che la tua massima preoccupazione fosse quella di rassicurare i tuoi cari sul fatto che in fondo andava tutto bene o quasi...solo io ho visto la vera disperazione nei tuoi occhi, solo a me non sei riuscita a nascondere la tentazione di scegliere la strada più semplice...quella più dolorosa per noi ma più breve e risolutiva per te. Sono orgoglioso di te soprattutto perché sei riuscita a superare anche quei momenti. Ti sono grato, perché sei ancora qui con me.
Ora che il destino ti ha dato una seconda occasione hai una grossa responsabilità, nei confronti miei e di tutte le persone che ti amano: devi vivere appieno ogni giorno, ogni minuto, ogni istante che ti è stato donato. Non piegarti ai doveri quotidiani, non sentirti perennemente in dovere di sobbarcarti i problemi di chi ti circonda...non lasciare mai più che persone grette ed egoiste si approfittino di te. Hai il dovere di sfruttare completamente questa enorme possibilità che ti è stata offerta e per cui hai tanto lottato.
Intanto, riposa. Sei così bella…non sai neanche tu quanto. Il tuo viso rilassato è il più grande premio che potessi ricevere; il tuo sorriso, la luce che illumina le mie notti.
Ti amo. Grazie per essere ancora con me.

Nervo
(che attualmente non ha un blog, mi dice...)













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mercoledì, aprile 07, 2004

8.

Chissà perchè. E' sempre l'acqua a favorire i ricordi. Forse per le caratteristiche che condivide con lo specchio: apparente trasparenza, insondabile profondità.
I miei occhi blu si dilatano spaziando sulla piscina, e mi siedo sul trampolino. Sorrido del suo tremolare e cigolare, è lui il vecchio, non io. Anche se una ragnatela azzurrina decora il mio viso e il passo è ormai incerto. Scelgo l'orario di chiusura per venire qui, e me ne sbatto del pulminotrasportamortiviventi.
Trattengo un moto di rabbia: gliene frega di noi solo in clima di elezioni, per dimostrare attenzione a deboli disagiati drogati anziani. E' come quando deve scappare il morto a napoli per fare di coccodrilli di lacrime sinceri proponimenti: in entrambi i casi tutto torna uguale nel giro di due ore -se va bene-.
Infatti a breve sarà chiusa la piscina. A breve quella discoteca ci sarà. A breve assessori, consiglieri e affini inseguiranno veline in quel di PortoPierCervo.
Troppa importanza, se protestassi. Atteggerò il mio bel viso di vecchia a sonora indifferenza, e lo sguardo spazierà sulla piazza che vedo dal mio balcone.
Ma intanto il sole dalle vetrate spoglie si riflette sull'acqua, e mi immergo in un azzurro scintillante, come se nuotassi in cielo.
Ragazzo del primo bacio, corri ancora forte qui dentro, sfrontato e innocente come nessuno dei miei amori, per questo non ti ho dimenticato. Per questo solo la mia apparenza merita tomba e oblìo, non la mia essenza. L'innesto di fiore da me inventato ha il mio nome ancora legato al tuo.
E' strano sentire quanto quarant'anni di marito mi abbiano resa impermeabile al suo ricordo. Avanzano gli anni, indetreggia l'età che voglio recuperare nella memoria.
E sarà una canuta allucinazione, ma quella fragilità nascosta del mio primo amore la rivedo negli occhi dell'amico che ama come me stare semplicemente alla finestra, ad attendere che la vita cambi direzione. Appoggiandomi al suo braccio, camminiamo in silenzio, quanto vogliamo noi, fino ad un tenero invisibile bacio al sapore di ieri.

Ellie










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mercoledì, marzo 31, 2004

7.

 

 

 

 

 

 

 

 

Passò la stagione dei comizi e ci riappropriammo della piazzetta e della nostra panchina. L’ estate pizzicava già l’aria e la sbucciatura sul ginocchio ormai era quasi secca, anche se tirava ancora un po’. Presto mi avrebbero dato il permesso di riprendere il si, ma dovevo coccolare un po’ di più il mio paparino, gli avrei portato un bacio con dentro la ciliegia dal chioschetto e gli avrei fatto vedere il ginocchio ormai guarito, quella sera stessa, dopo cena.
Silvio arrivò al solito su una ruota e mi fissò con sfida. Sarebbe stato bocciato, e questo gli avrebbe costato il mare e anche il nuovo scooter di cui parlava sempre. Mi sfidava sempre, ma non si avvicinava mai.
I libri me li restituiva distrattamente e abbassava gli occhi quando restavano da soli.
Caterina si ricopiava gli esercizi di logica e Vince mangiava fonzies.
Non si era visto nessuno dei grandi e Silvio era irrequieto e aveva
elettricità negli occhi.
-che fai?
-aspetto Nicò, ha i miei temi.
-e quanto devi aspettare?
-quanto voglio.
-anche quanto voglio io.
-e quanto vuoi?
-non voglio più aspettare; voglio che ora vieni a fare un giro con me.
Quella sera c’era elettricità anche nelle sue parole e mi piacque più del solito. Quando tutte le vecchiette della messa delle sette sparirono nelle rughe del paese, salii sul motorino e lo strinsi, sfiorando a mala pena il suo giubbotto di jeans.
Quello fu il primo bacio, quello fu il primo ladro del mio cuore.

Supercalifragilistichespiralitoso se lo dici forte avrai un successo strepitoso…
Rimasi estatica a contemplare quel cielo che piegava lentamente sulla mia vita invadendo il mio corpo. La macchina era già sotto casa, il mio paparino era arrivato; fui sollevata dall’amore senza condizioni che mi aspettava nelle sue mani: libera dai voti e da successi scolastici, avevo l’idea della felicità e le ali nello zainetto.

Grazia



















associato daLACASADEIGIRASOLI | 13:09 | commenti (9)


martedì, marzo 16, 2004
6 post nel primo mese di LibereAssociazioni. Grazie a tutti e 6 i Liberi&Associati
associato daLACASADEIGIRASOLI | 00:16 | commenti (10)


sabato, marzo 13, 2004

6.

La campagna elettorale era al culmine. Migliaia di lettere erano state spedite agli elettori, centinaia di manifesti tappezzavano i muri della città, il "porta a porta" era stato concluso felicemente, aveva presenziato a tutti gli avvenimenti culturali, religiosi e sociali delle ultime ore, stringendo un'infinità di mani, elargendo sorrisi e pacche amichevoli sulle spalle, promettendo e rassicurando, rassicurando e promettendo.
Era stato faticoso e snervante dover esibire sempre e comunque un interesse partecipato ai numerosi problemi che gli venivano posti. Era incredibile quanto la gente fosse noiosa...tutti a frignare per un posto di lavoro, dognuno disposto a qualsiasi compromesso per garantirsi una sua raccomandazione.
Un sorriso cinico gli apparve per un momento sul viso...se avesse dovuto soddisfare tutte quelle richieste avrebbe dovuto occupare tutto il tempo del suo mandato a risolvere i problemi altrui!!
Si ricompose, guardandosi attorno, impaziente. Aveva deciso di presenziare a questa ultima insulsa manifestazione perché gli era stato assicurato che ci sarebbe stata un'emittente televisiva a riprendere l'evento. Un "passaggio" in tv, nel notiziario nazionale, era stato un incentivo allettante. La ciliegina sulla torta!! pensò soddisfatto. Guardò annoiato lo spaventapasseri che si dondolava pigramente al venticello primaverile...due occhi inespressivi sostennero il suo sguardo. Distolse gli occhi, mentre un brivido improvviso gli percorse la schiena.
Un gruppo di donne si avvicinò, complimentandosi con lui. Le intrattenne, deliziandole con qualche simpatica battuta...contava molto sull'elettorato femminile; ore di palestra, qualche lampada ed un piccolo intervento avevano reso più gradevole e giovanile il suo aspetto. L'immagine ha la sua importanza! ripeteva spesso  e contare su un aspetto fisico giusto è il classico asso nella manica
Un improvviso trambusto annunciò l'arrivo della troupe televisiva...giusto il tempo di organizzare tutto, poi finalmente la tanto attesa intervista.
Rispose con garbo alle domande della cronista, così come aveva imparato a fare. Tono della voce grave quando affrontava problematiche emergenti, più leggero e scherzosamente ironico in risposta alle inevitabili battute sui suoi avversari politici...pausa, sorriso, ammiccamento...Sullo sfondo le immagini di una festa ed un triste spaventapasseri che indossava una maglietta con il simbolo della pace.

Websurfer








associato daLACASADEIGIRASOLI | 18:10 | commenti (8)

"Lo sperma mi fa pensare al sesso che mi fa pensare alla punizione che mi fa pensare alla morte che mi fa pensare a Fertility Hollis. Abbiamo fatto quello che l'assistente sociale chiama Libera Associazione" C. Palaniuk, da "Survivor"



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